Quaderni di viaggio

Da Maputo a Ilha de Mozambique e Lake Malawi

E’ il mio terzo safari overland in Africa, il secondo nell’Africa australe. Mi trovo a Maputo, capitale del Mozambico, città caotica, sospesa tra passato e futuro, povertà e ricchezza improvvisa, arretratezza e tecnologia. La periferia è degradata come quella di tutte le grandi città africane, mentre nel centro si alternano moderni palazzi a casermoni decaduti e villette coloniali. Alloggio nell’ostello Fatima’s, semplice ma ben curato, anche se il muro di cinta è pieno di filo spinato, sembra di essere in una zona militare. Trascorro la prima notte combattendo con zanzare ed altri tipi indecifrati di insetti, fa molto caldo e dormo male, mi sveglio all'alba e con JP, il nostro driver, approfittiamo per organizzare e controllare la cambusa. Maputo offre poco da visitare, ma prima di partire decidiamo di andare alla vecchia stazione dei treni. Una locomotiva risalente al 1900 è messa in bella mostra, ci sono alcune foto affisse al muro che raccontano la storia di quando carovane di schiavi venivano trasportati da un capo all’altro del paese. Scattiamo le foto di rito e ci rimettiamo subito in viaggio. Imbocchiamo la EN1, l’unica strada asfaltata che attraversa il paese da nord a sud. Attraversiamo da subito piccoli villaggi con capanne fatte di fango e paglia; lungo il ciglio della strada tante donne camminano portando sulle spalle il loro bambino e sulla testa un cesto enorme pieno di frutta. Dopo circa sei ore di viaggio arriviamo a Praia do Tofo, un luogo dello spirito e per lo spirito. Il paese è piccolo, una strana sensazione positiva pervade il mio corpo, quella stessa che hai quando pensi di aver raggiunto un luogo magico. La spiaggia è lunghissima, come lunghissime sono le onde dell’oceano indiano che bagnano le sue rive. Qui vive la leggenda dello squalo balena, i locali dicono sia il custode della baia. Il principale centro diving di Tofo organizza l’Ocean Safari, col gruppo prenotiamo subito nella speranza di vedere le balene. La partenza è direttamente dalla spiaggia con un enorme gommone, facciamo poche centinaia di metri ed in lontananza avvistiamo subito una balena. Come fulmini ci dirigiamo nella sua direzione, ma nulla da fare quando arriviamo sul luogo la balena è scomparsa. Ci muoviamo per altre due ore nella vana speranza di rivederla, ma purtroppo resterà solo quella visione sbiadita. Troppo veloce la mia visita a Tofo, avrei voluto trascorrere un giorno in più, lascio questo luogo con la romantica immagine di quella balena. 

 La EN1 che da Tofo porta a Vilankulos è piena di buche grosse come crateri, si stagliano sull’asfalto improvvisamente, costringendoci ad andare a non più di trenta chilometri orari. Il nostro 4x4 si destreggia bene, lungo la strada incrociamo solo grossi fuoristrada, corriere stracariche di persone e che in alcuni trasportano anche bestiame e frutta. Ad ogni fermata veniamo assaliti da bambini, spuntano dal nulla e per pochi soldi ci offrono frutta fresca e anacardi. Un cartello ci avverte che stiamo attraversando il Tropico del Capricorno, sui lati della strada una rigogliosa foresta pluviale rende lo scenario degno della location di un film di avventura. Poco tempo dopo siamo a Vilankulos, qui il tempo sembra essersi fermato, le case sono fatte di fango e fieno, non c’è acqua potabile, l’energia elettrica è disponibile solo nel centro del paese e nei camping per turisti. E’ un villaggio di pescatori e come a Tofo la spiaggia è il punto più bello ed interessante. La balena qui non c’è, ma in compenso tantissimi pescatori rendono la spiaggia incredibilmente viva a tutte le ore. Il famoso arcipelago di Bazaruto con le sue acque cristalline sorge a poche miglia dalla costa. Montate le tende decidiamo di fermarci per due notti, voglio godermi questo luogo e non fare lo stesso errore di Tofo. Organizzo due escursioni in barca, la prima è a Magaruti, piccola isola dell’arcipelago, localizzata proprio di fronte a Vilankulos. Con una barca a motore in poche decine di minuti siamo sull’isola, la marea è bassa, scendiamo lontano dall’isola raggiungendola poi a piedi. Una lunga spiaggia bianca incorniciata da palme crea un'atmosfera tipica dei caraibi. Aironi, piccoli uccellini dal becco lungo e cormorani sono fermi sulla lunga striscia di sabbia bagnata alla ricerca di qualche preda. Ci sono scogli dove dicono sia bello fare snorkeling, ma noi ci perdiamo passeggiando sulla spiaggia ad ammirare il paesaggio e la natura incontaminata.Torniamo verso la barca dove ci aspettano i barcaioli che hanno preparato un pranzo a base di granchi, insalata e arance tagliate a spicchi.

 Per conoscere bene un luogo, viverlo appieno, a volte bisogna fare piccoli sacrifici, come quello di alzarsi prima dell'alba. Questa mattina la sveglia suona alle ore 4.30 è ancora buio quando metto la testa fuori dalla tenda, il gallo ancora non ha cantato. Mi vesto velocemente, prendo la macchina fotografica e dopo poche centinaia di metri sono in spiaggia. Sento un vociare, sono i pescatori appena rientrati da mare, il sole si erge timidamente, con i suoi raggi illumina la spiaggia, adesso tutto è più nitido: barche, uomini e donne, alcuni cani e soprattutto tante reti sulla sabbia piene zeppe di pesce. E’ un’alba incredibilmente bella, fatta di tanta semplicità e genuinità che solo chi vive in una città di mare può capire appieno. Il mio sguardo si perde all’orizzonte, mentre il sole lentamente continua ad alzarsi, le luci diventano sempre più forti e la scena cambia continuamente. Prima di rientrare al camping mi fermo accanto ad una barca, compriamo dei granchi ed alcuni pesci con ldea di farli alla brace stasera.

Dopo colazione siamo nuovamente pronti per la seconda escursione, questa volta a Ilha Bazaruto. L’isola è formata da grandi dune di sabbia dorata create dal vento che soffia costante dall’oceano indiano; all'interno laghi di acqua dolce e vegetazione bassa. Il mare è semplicemente fantastico, uno dei più belli mai visti, ricco di fauna marina e dal colore azzurro con sfumature di turchese. Passiamo l’intera giornata facendo snorkeling e salendo sulla cresta della duna principale dalla quale si gode di un panorama meraviglioso. L’ultima sera a Vilankulos è una di quelle che difficilmente dimentichi: granchi e pesce alla brace, cielo stellato, il dolce suono delle onde del mare ed una birra fresca in compagni di tanti amici.  

Lasciamo Vilankulos e adesso la EN1 è diventata davvero una pista da slalom, le buche o meglio le voragini non si contano. JP, il nostro driver impreca continuamente perché per evitare una buca ne prende un’altra. La polizia ci sconsiglia di continuare lungo la EN1, pare ci siano dei disordini tra la popolazione, ci invitano a deviare verso l'interno e pernottare nel parco nazionale di Gorongosa. Quest’ultimo non era nei miei programmi poiché non offre molto dal punto di vista faunistico, arriviamo comunque nel primo pomeriggio in tempo utile per poter effettuare un game drive, non possiamo farlo col nostro 4x4 ma ci obbligano a noleggiare una jeep. Decidiamo di rilassarci e sfruttare il tempo per rilassarci e fare un po’ di bucato. La strada per Ilha de Mozambico è ancora lunga, tanto lunga che un altro giorno di viaggio non basta per arrivarci. Dopo dodici ore di viaggio arriviamo nella città di Mocuba, stremati dal caldo e dalla pessima strada, ci sistemiamo in una delle poche squallide pensioni della città. E’ un posto losco, ma non c’è alternativa. La sveglia suona presto e dopo una veloce colazione riprendiamo il cammino verso Ilha de Mozambico. Lungo la strada si intravedono nuovamente tanti villaggi, capanne fatte con fango e paglia e gente che cammina sotto un sole cocente. Questa persone ti fanno capire davvero il senso profondo del lavoro e cosa vuol dire coltivare la terra: farsi ore di strada a piedi o in corriera, per raggiungere il villaggio più vicino e sperare di vendere i frutti del proprio lavoro. 

Situata a 3 Km dalla terra ferma e unita alla stessa da un ponte, Ilha de Mozambico non è un’isola come le altre. Dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Unesco nel 1991 è stata prima capitale del Paese ed a lei si deve il nome Mozambico. La leggenda narra che quando l’esploratore Vasco de Gama vi arrivò nel 1498 interrogando il signore locale questo disse di chiamarsi “Mussa Bin Iki” o “Mussa al Ambiki”: da lì “Ilha de Moussambiki” e quindi “Ilha de Moçambique”, cioè “Isola di Mozambico”. 
Visitare questa magica isola, decantata da pittori e artisti, significa immergersi in un mondo magico se si accetta di perdersi nei suoi vicoli e nella sua atmosfera coloniale che sa di oriente ed occidente. L’isola è di religione musulmana divisa in due zone: la prima è la Città di Pietra situata a nord, che detiene un indiscusso fascino decadente con i suoi palazzi colorati memori del glorioso passato coloniale; la seconda è la Città Makuti situata a sud, il cuore pulsante dell’isola, la zona più povera, fatte di capanne di paglia ed in cui vive la maggior parte degli abitanti dell’isola.

La vita ad Ilha comincia presto, alle prime luci dell’alba la gente è già tutta per strada. Apro  gli occhi alle 4.30 del mattino, è ancora buio quando mi incammino per i suoi vicoli, in pochi minuti arrivo alla spiaggia principale; sembra di essere in un teatro a cielo aperto, ci sono bambini che giocano, donne che vendono frutta e verdura, uomini che tornano dal mare con barche stracolme di pesce. Guardo l’orologio e noto che sono appena le 6.00 del mattino. Mi mescolo tra la gente, siedo su un muretto e li osservo, lì osservo ridere, scherzare, qualcuno litigare, ci sono bambini che piangono. osservo la vita che scorre. Ritorno alla pousada e sono appena le otto del mattino, faccio una buona colazione, voglio girare a piedi tutta l'isola. Visito dapprima l’antico palazzo del governatore, oggi museo, e tutta la zona della Città di Pietra. Gironzolare per le sue infinite stradine, ricche di colori ed odori, colpisce la mente ed il cuore. Chiedo ad una famiglia di entrare nella loro casa, acconsentono con un sorriso. La casa è piccola, le mura sono di fango, il tetto in lamiera ed i materassi sono posizionati direttamente per terra. L’energia elettrica è data da un generatore comune che alimenta tutto il quartiere e soprattutto funziona solo ad orari prestabiliti. Il bagno è un buco nella terra chiuso da quattro lamiere posizionato appena fuori dell’abitazione. Ilha è uno di quei luoghi che emanano un’energia particolare, tanto forte che non può lasciare indifferente neanche la persona più fredda al mondo. 

Lasciamo l’isola e ci dirigiamo verso ovest, verso il Malawi, ma ancora una volta nonostante maciniamo centinaia di chilometri ed ore chiusi nel nostro 4x4, non riusciamo ad arrivare al confine. I primi 500 chilometri sono di strada asfaltata, ma dopo la città di Malewa, diventa una pista polverosa e dissestata. E' ormai buio quando arriviamo a Cuamba, ci sistemiamo con le nostre tende nell'unico camping della città. 
Finalmente ci siamo, cominciamo a percorrere l'ultimo tratto di pista, quello che porta al confine col Malawi. Sembra la scena di un documentario di Salgado: la terra è rossa che più rossa non si può, numerosi villaggi si susseguono uno dietro l’altro, immersi in una realtà rurale priva di ogni forma di turismo. Chiedo a JP di fare una sosta, voglio visitare un villaggio e parlare con la gente che abita qui. Le donne mi fanno vedere che l'unica fonte di acqua è un pozzo fatto costruire dal governo del Mozambico, i bambini vanno a scuola a piedi, nell’unica situata a venti chilometri dal villaggio, i mariti lavorano in città a Cuamba e ci vanno con un pick up che fa da taxi raccogliendo le persone che vivono nei diversi villaggi. Le donne in Mozambico sono davvero eccezionali, hanno un portamento elegante, nonostante i chili che spesso portano sulla testa e sulla schiena, se le guardi loro non abbassano mai lo sguardo. In quegli occhi sembra di leggere una sfida, o forse è più corretto dire, una dignità che raramente ho incontrato in donne di altri paesi.

Lasciamo il villaggio, stiamo per lasciare il Mozambico, passano pochi chilometri ed ecco arrivare col Malawi. Più che una frontiera è un avamposto desertico ad esclusivo servizio delle popolazioni dei villaggi, i militari sembrano infatti stupiti di vederci. Sono le undici del mattino e con nostra sorpresa ci dicono che per entrare in Malawi, da pochi giorni è diventato obbligatorio fare un visto di 75 dollari! Inizialmente crediamo che sia uno squallido modo dei militari per chiederci soldi, ma poi scopriamo che è tutto vero e dobbiamo pagare. Il Malawi è uno stato molto piccolo, ma contrariamente a quanto si possa pensare è densamente popolato, considerato che è un terzo della superficie dell’Italia conta circa dieci milioni di abitanti. La polizia è molto presente, veniamo fermati diverse volte, ma a differenza del Mozambico ci lasciano passare senza chiedere “mancie”. Lungo la strada che ci separa dal parco Liwonde non troviamo nessun market, riusciamo a comprare solo qualche tanica di acqua, ma fortunatamente abbiamo scorte di cibo a sufficienza. Arrivati all’ingresso del parco ci spiegano che per raggiungere il camping dobbiamo percorrere altri 28 chilometri all’interno del parco. Ci impieghiamo due ore perché, fermandoci ogni volta vediamo un animale. Il camping Muuv è molto bello, sorge direttamente lungo le rive del fiume Shire, i ranger ci avvisano subito che elefanti e ippopotami la notte si possono aggirare tra le tende. Approfitto per organizzare alla reception il boat drive per il mattino successivo e il game drive per il pomeriggio.

Il giro in barca mi ricorda molto quello fatto al Murchison Falls in Uganda. Protagonisti indiscussi sono ippopotami, coccodrilli, elefanti e centinaia di specie di uccelli. Sembra che gli animali vivano tutti in armonia tra loro, ognuno occupa il proprio spazio, nessuno invade quello dell’altro. Contrariamente ai safari in jeep dove c’è parecchio rumore, un sacco di polvere e il panorama scorre veloce, in barca tutto è più lento e calmo. Sembra di stare seduti sul divano davanti ad un bellissimo documentario, sono ore piacevoli nelle quali ti accorgi di quanto basta poco per essere contenti. Il game drive pomeridiano offre scorci diversi, non ci sono felini, il parco infatti è in fase di ripopolamento. 
Riprendiamo il nostro viaggio verso quella che è la località più famosa sul lago Malawi: Cape Maclear. Questo centro è situato all'estremità della penisola di Nankumba, già all'interno del parco nazionale del Lago Malawi. L’escursione in barca in questo famoso lago è imperdibile, basti pensare solo che buona parte dei pesciolini dei nostri acquari provengono da qui è incredibile. Fino a qualche anno fa, tuffandosi in queste acque c’era il rischio di prendere la bilharziosi, una malattia parassitaria tropicale causata da vermi platelminti. Oggi grazie ad un progetto di bonifica che il Malawi ha effettuato in collaborazione con il Canada, questo pericolo per buona parte del lago è eliminato. A qualche miglia dalla costa di Cape Maclear ci sono alcune piccole isole, regno incontrastato delle fish eagle, le aquile pescatrici. Il nostro barcaiolo ci dice che l'aquila viene chiamata anche Timekeeper, guardiano del tempo, quando emette il suo richiamo l’orologio è sempre intorno allo scoccare della nuova ora. Già munito di esche il nostro barcaiolo, lancia in acqua i pesci morti, richiamando le aquile e imitandone il verso. i rapaci si fiondano come missili e con la loro infallibile vista agguantano il facile pasto con gli artigli. E’ uno spettacolo entusiasmante.

Rientriamo al camping in tempo per godere l’ennesimo tramonto e farci un giro nel villaggio di Cape Maclear. I bambini, ma non solo, ci accolgono con calorosi saluti e ci danno il benvenuto con grandi sorrisi. Per cena decidiamo di assaggiare un po’ di cucina locale e la scelta cade sul pesce. La tavola viene imbandita col chambo, servito intero e cucinato alla griglia, dal sapore simile ad un’orata e il kampango, un grande pesce gatto, servito fritto. Questa ahimè è l’ultima cena in questo piccolo, ma meraviglioso paese, poco tempo sicuramente per conoscerlo bene, ma a sufficienza per capire che il Malawi è diverso dagli altri paesi africani. Purtroppo rispetto ai suoi vicini questo stato ricco di pesce e di gente sorridente non attira molti turisti. Ma vale davvero la pena visitarlo non a caso è chiamato anche The warm earth of Africa e non solo per il clima.  

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