Quaderni di viaggio

Da Bocas del Toro alla Costa Pacifica

L’autobus diretto al confine parte puntuale alle 8.30 del mattino, interminabili piantagioni di banane costeggiano il percorso, trascorrono circa due ore ed arrivoa Sixaola, pueblo di confine tra Costa Rica e Panama. Un fiume segna la linea di confine tra i due paesi e per attraversarlo bisogna camminare lungo  un vecchio ponte ferroviario, oramai non attraversato da nessun treno.La polizia di frontiera del Costa Rica mi timbra il passaporto in uscita e dopo aver attraversato il ponte a piedi, rifaccio l’ennesima fila per ottenere il timbro d’ingresso a Panama. Guardo negli occhi i polizotti di frontiera panamensi e ripenso a questa grande cavalcata in centro America: Guatemala, Belize, Honduras, Nicaragua, Costa Rica. Questi piccoli paesi,uno accanto all’altro, tutti parlano la stessa lingua, tutti hanno una propria identità, una propria storia da raccontare. Divido la spesa del taxi collettivo con altri viaggiatori e in poco meno di un’ora arrivo ad Almirante, qui si trova l’imbarcadero per l’arcipelago di Bocas del Toro.

Appena dieci minuti e la veloce lancia mi porta ad Isla Colon, l’isola principale dell’arcipelago. La musica è dappertutto: bar, case, chioschi, tutti ballano e sono sorridenti, l’isola è piccola ed è facile orientarsi. Trovo subito sistemazione in una pousada fronte mare e comincio la passeggiata lungo la via principale dell’isola, ci sono molte agenzie che propongono escursioni nella baia e senza pensarci due volte ne prenoto una per l’indomani. Carico di energie alle dieci del mattino comincio il giro in barca, purtroppo il tempo non promette nulla di buono e comincia a piovere. La navigazione è allietata da alcuni delfini che ci seguono, fino a quando non arriviamo in una zona piena di mangrovie. Qui con molta fortuna riesco ad intravedere un lamantino, strano e buffo mammifero d’acqua, alcuni bradipi invece si muovono lentamente sugli alberi. La pioggia non vuole andare via ed allora il capitano dirige la barca verso Isla Bastimentos, qui la leggenda narra che sia morto il famoso pirata Morgan dopo aver nascosto i suoi tesori. Arrivo sull’isola tutto bagnato e dopo aver concordato con il capitano l’orario di ripartenza comincio il giro nella foresta. Ci sono diversi laghetti che in  realtà mi spiegano essere vecchie buche scavatesecoli prima dai ricercatori di tesori. La pioggia non vuole andare via e dopo un veloce pranzo ritornoalla spiaggia facendo un pò di snorkeling, nonostante il tempo non bello il fondale regala scorci stupendi, tra i più belli mai visti: coralli, pesci di tutti i colori, conchiglie, stelle e cavallucci marini.Rientro ad Isla Colon e dopo un breve riposino arriva la sera, i tanti bar dell’isola propongono musica di tutti i generie si incontra gente da tutto il mondo: appassionati di diving, surfer o semplicemente backpackers in giro per l’America latina. Bocas del toro è un luogo davvero incantevole, mi pento di aver compratoper domattina il biglietto aereo per Panama city, in poco tempo, nonostante il tempo non sia stato bello, ha conquistato il mio cuore, e fermarmi qualche giorno in più non sarebbe stato male.


Un po’ dispiaciuto mi ritrovo in aeroporto alle ore 5.30 del mattino, il volo della Panama airlines è lì fermo ad aspettarmi, un’ora e trenta minuti ed atterro ad Albrook, l’aeroporto dei voli nazionale. Pochi minuti di taxi ed arrivo alla famosa Cinta Costera, una grande opera di bonifica fatta dal governo di  Panama che dopo aver recuperato una parte del lungomare ha costruito una tangenziale al fine di alleggerire il traffico cittadino. Il centro della città è diviso in due parti: da un lato la parte storica il Casco Viejo, dall’altro la parte moderna con i futuristici grattacieli incorniciati dalla Cinta Costera. La prima tappa sono le famose Chiuse di Miraflores, meglio conosciute col nome di Canale di Panama. Restare indifferenti ad osservare questa grande opera ingegneristica è impossibile, il solo pensiero che qui è transitata la storia mi fa venire i brividi, nell’ anno 2014 il Canale ha festeggiato il centenario ed oggi con l’avanzare della tecnologia e di navi sempre più grandi sta subendo un ampliamento per consentire il passaggio di navi sempre più grandi. Resto sugli spalti fermo ed immobile, finalmente arriva una nave, non è molto grande, ma fa nulla, le chiuse si azionano e tramite un flusso di acqua in entrata o in uscita, l’enorme imbarcazione viene alzata o abbassata al livello giusto per proseguire il viaggio. La cosa che mi colpisce più di tutto è la lunghezza totale del Canale, circa 80 km, interamente inserito all’interno di un territorio lussureggiante, costituito da foreste e parchi Nazionali, l’impatto ambientale è davvero sorprendente.


Proseguo la visita della città andando al Casco Viejo. Il centro storico si presenta ai miei occhi come uno spaccato di centro latino di inizio novecento, la gran parte degli edifici in stile coloniale non sono solo vecchi, ma anche diroccati e qualcuno è in piedi solo grazie a grosse impalcature di sostegno. Regnano la pulizia e l’ordine, i militari sono presenti quasi ad ogni angolo di strada. Qui il Governo ha stanziato decine di milioni di dollari per il recupero del patrimoniostorico edilizio, scelta giusta considerando che il Casco Viejo è il biglietto da visita della capitale. Stanco dall’intensa giornata rientro in hotel e dopo un breve riposino decido di trascorrere la serata al mercato del pesce dove provo un ottimo ceviche. I panamensi sono gente allegra e la musica domina qualunque scena, mi resta ancora da visitare la parte moderna della città, ma domattina parto per le isole San Blas.


E’ l’alba quando il pick up prenotato per le San Blas viene a prendermi. Finalmente, le tanto sognate isole San Blas, stanno per divenire realtà! Il viaggio dura circa tre ore e nell’ultima, molto impegnativa, si attraversa una foresta rigogliosa  piena di sali scendi. Ci sono militari sparsi ovunque e fermano il nostro pick up per controllare il bagaglio di tutti.  Chiedono anche 20 dollari: siamo in territorio Kuna e se si vuole entrare si deve pagare questa “tassa”. Non c’è altra soluzione, bisogna pagare. Pochi chilometri ed eccomi così all’imbarcadero per le San Blas. Qui trovo Cichi, un giovane Kuna che con la sua veloce lancia mi accompagna ad El Porverin. Questa è l’unica isola che ha un piccolo aeroporto, una base militare e degli alloggi in muratura e anche prezzi onesti ed economici per soggiornare alle isole San Blas. Questo arcipelago è politicamente appartenente a Panama ma, di fatto, sono governate dagli indios Kuna, un popolo indigeno che, fiero e forte delle proprie tradizioni, è riuscito ad ottenere un’autonomia “di fatto” dal governo panamense. A detta dei Kuna le isole che compongono l’arcipelago sono 365, come i giorni dell’anno, anche se tale numero è ritenuto in realtà poco attendibile e esagerato. Per quel che mi riguarda, poco importa se questo paradiso è costituito da 200 o 300 isole perché la loro bellezza è davvero superlativa! Mare azzurro, spiagge bianche e palme altissime caratterizzano questo scenario paradisiaco. Purtroppo però le San Blas sono un paradiso non solo per i turisti ma anche per i narcotrafficanti perché i militari panamensi possono controllare solo lo spazio marino tra le isole, ma non le isole stesse. E’ per questo che  la cocaina colombiana trova rifugio in queste piccole isole, diventando spesso, fonte di reddito per i Kuna stessi.


Alle San Blas le giornate scorrono facendo snorkelling e navigando da un isolotto all’altro, tutti con nomi abbastanza bizzarri: Pelicano, Perro Pequeno, Perro Grande, ect. L’ultimo pomeriggio che ho trascorso qui ho visitato l’isola meno bella, ma più importante socialmente. La costa piena di rifiuti non lascia presagire nulla di bello. Su quest’isola quasi tutte le case sono in muratura e paglia ed i servizi igienici sono all’aperto anche se vi risiede il centro abitato più grande dell’arcipelago, ovvero circa 500 persone. Questa visita è interessante dal punto di vista sociale: le persone mi raccontano che tra loro tutto è deciso in modo democratico e quando una persona commette un illecito è l’assemblea generale, costituita appunto dal popolo, a decidere per alzata di mano il da farsi. Ad un certo punto mi ritrovo di fronte una parte della comunità locale che improvvisa una danza; le donne e gli uomini indossano i costumi tipici ed alla fine sorridenti chiedono l’approvazione dei pochi spettatori. Felice ed appagato dal  mio soggiorno alle San Blas rientro a Panama City per completare il mio tour della città. Questa volta mi dedico alla visita della  parte moderna che è davvero spettacolare, futuristica, con grattacieli incredibili. Su tutti svetta la torre di Donald Trump, molto simile alla famosa vela di Dubai.

A circa un’ora di viaggio dalla capitale sorge la cittadina di Portobelo e, così, con un autobus pubblico arrivo in questa destinazione. Il posto inizialmente mi lascia indifferente perché, a parte gli antichi cannoni spagnoli sulle rovine delle vecchie mura, in apparenza non sembra esserci null’altro. Il governo qui, a differenza del Casco Viejo, non ha speso neanche un dollaro per il recupero del patrimonio storico. Invece poi mi basta camminare un po’ per le sue stradine  per scoprire un pueblo ricco di storia, leggende, tesori nascosti e battaglie epocali. Il culto religioso di questo popolo è davvero peculiare: infatti qui il cattolicesimo si fonda con credenze africane, costituendo un mix di culto davvero curioso. Nella chiesa principale della cittadina si trova il famoso Cristo nero, che erge maestoso. A Portobelo si ha sensazione che  in ogni stradina, dietro ogni porta si nasconda qualcosa da scoprire: è un a cittadina davvero bella! Adesso capisco perché Cristoforo Colombo quando entrò per la prima volta nella sua baia esclamò: “Esta bahia es hermosa!”. Storicamente Portobelo è stata covo di pirati per secoli: qui nel 1596 il famoso capitano Francis Drake morì e fu sepolto; nel 1600 la città fu saccheggiata dal famigerato pirata Henry Morgan; nel 1700 fu conquistata dall’ammiraglio inglese Edward Vernon. Ancora oggi Portobelo è il “porto sicuro” dei pirati moderni, ovvero di quelli che attraversano il pericoloso Mar del Caribe, tra Colombia e Panama, alla ricerca di fortuna.


Durante il tragitto di ritorno da Portobelo, transito velocemente attraverso la pericolosa città di Colon. Sembra di essere in un set cinematografico: le strade sono piene di gente con vistose collane d’oro, musica ad alto volume e sguardi poco raccomandabili. Camminare da soli per queste strade equivale a ricevere una rapina, nelle migliori delle ipotesi! Arrivato al terminal degli autobus di Albrook ne prenoto uno per Santa Catalina,  scoprendo però che non esiste il diretto e bisogna cambiare nella cittadina di Sonà. Il viaggio è , quindi, davvero lungo e nel bus, dipinto con colori sgargianti e disegni di vario genere, ribomba per tutto il tempo musica raggeton ad alto volume. Arrivo a destinazione dopo oltre 5, lunghissime, ore. Santa Catalina èun  paesino davvero piccolo ed è semplice girarlo a piedi: poche centinaia di metri e si arriva nelle diverse spiagge, tutte lunghe ma soprattutto molto larghe. Incontro un italiano di nome Francesco, proprietario del Deseo Bamboo, un ecolodge, e mi racconta di averlo realizzato interamente con le sue forze. Visito il posto e resto folgorato: qui ogni particolare è curato alla perfezione, perfino i letti sono in bamboo! Francesco tra l’altro è anche un ottimo chef, per cui anche il cibo è un vero piacere! Ma Santa Catalina è anche meta di surfisti e, quindi, come non farmi tentare dal cavalcare le sue onde?!  D’accordo con Francesco, si va così in spiaggia per noleggiare una tavola. Le onde non sono delle migliori ma mi diverto molto comunque. Il mare, stupendo, è a ridosso di una foresta di palme, e  la spiaggia, già di per sé lunga, con la bassa marea diventa lunghissima. Per raggiungere il bagnasciuga, di fatti, si cammina così tanto che,quando si giunge all’acqua e si guarda indietro, si spalancano agli occhi per lo spettacolo incredibile e interminabile! Trascorro la serata al Bamboo Deseo in compagnia di Francesco, con cui è subito sintonia! Ci raccontiamo le nostre storie, accompagnati da aragosta e rum.


A pochi chilometri da Santa Catalina c’è la riserva marina di Coiba, che fino a 20 anni era invece un carcere di massima sicurezza.  Coiba è un luogo fuori dal tempo: le spiagge bianchissime, il mare con i colori che sfumano dal  turchese al verde, una vegetazione rigogliosa ed un fauna marina impressionante con i suoi delfini, stelle marine, tartarughe e diverse specie di pesci variopinti. Non voglio sembrare scontato o banale ma questa riserva è davvero una delle cose più belle che abbia mai visto! Che dire, è stata la degna conclusione di un viaggio incredibile!

E’tempo di saluti, ma cara Panama ti prometto che un giorno ritornerò. Mi hai lasciato sensazioni particolari, forse perché nelle tue terre vivono una moltitudine di razze diverse e tutti si salutano, tutti sono calmi e la musica è parte del tuo quotidiano, tanto che per strada, come nei locali e sugli autobus è presente, qualche volta forse troppo, ma per l’allegra atmosfera che crea, alla fine va bene così! Come tutte i paesi del centro e sud America, purtroppo Panama, anche tu sei corrotta, inquinata e talvolta un po’ “ladra”, ma anche questo ti rende in qualche modo affascinante. E poi per dimenticare i tuoi difetti, basta perdersi tra le tue spiagge, nascondersi nelle tue foreste o magari anche solo osservare la tua gente che cammina per strada gioiosa. Il tuo canale poi, dopo oltre un secolo, è lì che mostra al mondo intero l’apoteosi delle imprese dell’uomo sulla natura e lancia un forte messaggio: si può interagire con la natura senza doverla sempre devastare per forza, basta farlo con intelligenza e rispetto!

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